12 novembre 2010, venerdì

Ha piovuto tutta la notte e l’effetto “diluvio” è accentuato dalle lamiere del tetto.

Sveglia alle 6:30 chiusura delle borse e colazione come al solito preparata dalle ragazze. Alle 7:30 sotto gli ultimi spruzzi di pioggia e con una temperatura decisamente fresca e dopo avere salutato Innocenzia, Tafrigia, William e Bushiri ci rimettiamo in marcia per tornare ad Iringa dove Padre Peter ci aspetta per accompagnarci al St. John of the Cross Hospital di Tosamaganga.

Fino a Kidabaga il cielo è coperto, l’aria è fresca e la strada bagnata a tratti è scivolosa, ma senza mai impensierire Elia e tanto meno noi. Passato l’abitato di Dabaga torna il sole e quando arriviamo nel cortile della casa Arcivescovile di Iringa anche la temperature è notevolmente aumentata.

Troviamo Padre Peter già pronto per accompagnarci a Tosamaganga ma Gianfranco gli chiede un attimo di attenzione per consegnarli ufficialmente la bozza che abbiamo redatto in questi giorni pregandolo di farla avere al più presto a monsignore sollecitando una risposta a breve, anche perchè probabilmente sarà necessario più di un passaggio per arrivare al documento definitivo e non vorremmo che ogni passaggio fosse legato ad un viaggio.

Dopo un passaggio alla “Delta Star” (altisonante nome per una incasinatissima ed improbabile officina di riparazioni elettriche che nonostante l’aspetto riesce a resuscitare qualsiasi parte elettrica) dove lasciamo un caricabatterie da riparare, lasciamo Elia in città con un elenco di commissioni affidategli da Mario e partiamo assieme a Peter che guida. Lasciamo i sobborghi di Iringa verso ovest dove la città si sta espandendo molto e dopo una mezzora arriviamo all’ospedale di Tosamaganga dove la direttrice Dr. Sabina Mangi ci accoglie nel suo ufficio nel consueto via vai di persone, pazienti, dottori, parenti, infermieri e operai. Dopo la consueta formalità della firma del libro degli ospiti, Carlo passa ad illustrare i motivi della nostra visita, principalmente rivolta a consolidare un dialogo diretto tra SCSF e il St. John of the Cross Hospital anche in vista di impegni futuri che la ong potrà prendere solo dopo avere completato il suo progetto principale a Madege. Poi le comunichiamo che a breve arriveranno qui i letti che ci sono stati regalati da Villa Chara e le chiediamo di vedere l’avanzamento dei lavori di ristrutturazione del padiglione di medicina generale femminile che un anno fa ci eravamo impegnati a sostenere.

La direttrice ci ringrazia molto e ci mostra il quadro economico di avanzamento dei lavori facendoci vedere che una prima parte è stata coperta con il nostro contributo assieme a finanziamenti governativi per circa il 50% dell’importo necessario, mentre per la seconda parte è stato richiesto (ed ottenuto) un finanziamento bancario che sarà da ripianare, poi ci invita a seguirla per vedere i lavori.

Con grande soddisfazione possiamo constatare che il padiglione che avevamo visto in così misere ed inaccettabili condizioni è stato rinnovato completamente e in maniera decorosa e funzionale, ed anche i servizi igienici per le degenti sono stati completamente rifatti ed ampliati, unica nota dolente (ma prevedibile non essendo cambiata la superficie del padiglione) il numero di malati che prevedono di ricoverare non è miolto inferiore a quanto avevamo visto l’anno scorso e sarà quindi molto probabile che in uno spazio che per gli standard italiani potrebbe ospitare 8, massimo 10 persone, si troveranno ricoverate 16 o 18 donne.

Lasciamo la Direttrice ai suoi impegni rinnovando i nostri per rimetterci in macchina e fare un passaggio all’orfanotrofio vicino dove le sorelle teresine che lo conducono tra mille difficoltà e con i pochi mezzi a disposizione ci stanno aspettando.

La visita ai bambini è come al solito commovente. Nella camera dei medi (1-3 anni) i bimbi stanno dormendo sui teli per terra perchè non essendo abituati a letti reti e materassi, quando sono nei lettini saltano continuamente e non riescono ad addormentarsi, mentre a terra, sui teli colorati preparati dalle sorelle, si addormentano subito, come noi li vediamo tutti in fila che dormono beatamente. Nella camera dei neonati (0-1 anno) sono anche qui quasi tutti addormentati (purtroppo siamo arrivati subito dopo la pappa) e la sorella ci presenta due donne con in braccio due piccoli di pochi mesi; sono la zia e la nonna dei due piccoli che hanno perso una la mamma durante il parto e l’altro entrambi i genitori e che stanno trascorrendo un periodo di “inserimento” di un mese prima di lasciare i bimbi all’orfanotrofio per poi riprenderli (se tutto andrà bene) dopo il compimento del 7 anno di età. I più grandicelli ci accolgono cantando e ballando al grido di “karibuni sana” (benvenuti), dopo un primo momento di imbarazzo Carlo e Gianfranco si lasciano coinvolgere dal coro mentre io cerco di riprenderli trattenendo a fatica il magone che mi prende alla gola guardando questi bambini festanti e pensando a quello che avranno passato ma soprattutto a quello che li aspetterà quando dovranno lasciare le cure delle sorelle e i loro amici. Consegniamo nelle mani della sorella commossa il nostro indegno aiuto.

Come in tutti i nostri viaggi in questa terra ma in questo in particolare, siamo venuti in contatto con tante realtà, ciascuna delle quali merita attenzione, rispetto ed aiuto, certamente con le nostre sole e poche forze non si possono risolvere tutte le necessità con le quali si viene in contatto, pena soccombere con loro senza creare nulla di utile e compiuto, comunque sia credo che dopo avere visto il dispensario di Madege condotto senza mezzi da Sister Violet (e da chi la preceduta e la seguirà) e l’orfanotrofio di Tosamaganga, senza mai perdere di vista la realizzazione del nostro progetto principale, sia utile cercare di concentrare sensibilità, disponibilità e risorse su questi due temi.

A questo punto abbiamo completato la parte “istituzionale” del nostro viaggio e sempre accompagnati da Padre Peter andiamo a pranzo assieme sempre sulla collina del Willolesi dove prenotiamo le camere per la notte. Dopo pranzo, prima di accompagnare Peter a casa, passiamo al mercatino dove ci attende la “dada” masahi per fare un poco di acquisti conditi dalla cordiale allegria, dalla discreta(?) insistenza di queste persone e dal folclore delle foto che la dada si lascia scattare al prezzo della pazienza che ci chiede per agghindarsi come si conviene ad una donna della sua classe, noi dal canto nostro siamo nel pieno delle nostre funzioni di “mzungu”, cioè di stranieri occidentali bianchi (quanto di peggio si direbbe), ma anche se la parola è spesso usata con tono dispregiativo nondimeno questo siamo in Africa: stranieri, occidentali ed inequivocabilmente bianchi. Tanto resta da fare sia per noi, cui queste persone hanno chiesto aiuti, sia per loro, perchè possano non avere più bisogno di chiederlo.

Accompagniamo in arcivescovado e salutiamo Padre Peter, poi risaliamo in collina per rinfrescarci e fissare le idee di questa altra intensa giornata. Ci troviamo per cena alle 20 e dopo ognuno nella sua camera a prepararsi per dormire e per il viaggio di rientro.

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