12 giugno 2008, giovedì. Il Cantiere

Usciamo tutti assieme per assistere all’appello degli operai.

Dopo un breve saluto a tutti i nostri amici africani da parte del presidente, i capisquadra fanno l’appello e si comincia a lavorare (e qui sarebbe meglio dire “cominciano” a lavorare) dopo poco partono le betoniere e poi inizia la processione delle carriole per proseguire il getto dello scivolo. Portano le carriole di calcestruzzo sulle rampe delle impalcature correndo! Chiedo se lo fanno perché in cantiere ci sono i capo ma la risposta è negativa, fanno così normalmente. Facciamo un giro assieme a Mario e Giuseppe per vedere a che punto sono i lavori di costruzione dello sbarramento e poi salgo sui ponteggi anche io per fare alcune foto al cantiere. Mi colpisce il fatto che uno dei ragazzi che mi è stato presentato questa mattina come uno degli operai specializzati più giovani e promettenti, nel ridiscendere dalla rampa con la carriola vuota, la da ad ad un suo compagno e ne prende una piena strappandola letteralmente dalle mani di uno dei manovali in fila per aspettare il proprio turno, pur di farsi fotografare mentre ha la carriola piena. Io faccio finta di nulla ma è un episodio sul quale dovrò riflettere.

Intanto che aspettiamo Marco che ci accompagnerà in parrocchia con Giuseppe e William prepariamo la lista della spesa di tutte le attrezzature che dovremo inviare dall’italia in quanto quasi tutti gli attrezzi che si trovano qui sono cinesi e di pessima qualità dai badili con il manico corto che sono sempre da rimmaniacre alle cazzuole di una forma improbabile con le quali non si riesce a dare la malta alle carriole troppo alte e fragili che costringono ad una inutile fatica per portare meno materiale e che si scassano subito.

Se non riusciremo a trovare a Dar il materiale necessario, lo prenderemo in Italia metteremo nel continer assieme alle betoniere che in Tanzania costano tre volte quello che ci costano a casa.

Poi assieme a Marco andiamo alla parrocchia di Madege a conoscere il nuovo parroco. Incontriamo il vice, padre Ruben un africano di 40 anni che parla un buon italiano e che vorrebbe realizzare una casa dove ospitare le ragazze (quindicenni) che vengono a studiare nella scuola dei padri della consolata e che devono alloggiare negli “alberghi” che sono sorti li vicino proprio dopo la apertura della scuola ma che non offrono un ricovero sicuro e la possibilità di studiare in tranquillità; dovendo fare poi i conti con le scarse risorse disponibili hanno chiesto a noi (Solidarietà) se potevamo aiutarli a sbancare una collinetta dove dovrà sorgere la casa. Naturalmente Marco e gli altri amici si sono dati disponibili con la pala Fiat Allis guidata da un nostro operaio sotto la supervisione di Marco, hanno ormai ultimato il lavoro. Rientriamo per pranzo passando dal luogo dove si riesce a telefonare.

Oggi il convento passa spaghetti alla carbonara e cotechino (ma Annamaria ci assicura che non si mangia sempre così) per finire con una fetta di ananas.

Dopo mangiato scrivo le annotazioni della mattina scambiando idee e pensieri sull’africa e sul nostro modo di vivere con Annamaria poi vado al cantiere per scattare altre foto e fare un giro lungo il percorso della condotta assieme a Giuseppe. Rientriamo e appena torna Marco dalla parrocchia prendiamo il Toyota per andare a fare le telefonate e cercare di metterci in contatto con sorella Angela che segue il dispensario di Usokami dove non si riesce a telefonare e abita nel villaggio di Mapanda dove invece si riesce a chiamare ma i nostri orari non coincidono quindi cercheremo di comunicare con gli sms.

Ovviamente si raduna immediatamente un gruppetto di bambini incuriositi dalla nostra presenza e anche dal curioso gruppo quattro uomini bianche che hanno un gran da fare parlando con i telefonini ciascuno in piedi vicino alla macchiana ferma lungo la strada ma più probabilmente questi bimbetti sperano di poter quadagnare qualche “pipi” (caramelle). Sorrido e allora si avvicinano, prendo la macchina fotografica e allora scappano tutti ridendo, salvo i due più intraprendenti che si lasciano fotografare. Mostro loro la foto dal display della macchina fotografica e subito si mettono a ridere incoraggiando anche quelli che si erano allontanati ad avvicinarsi per guardare, scatto un’altra foto e questa nolta restano tutti per poi rivedersi e fare un’altra risata. Un’altra foto e un’altra risata… mi dispiace non avere nulla per loro se non le immagini delle foto scattate, mi guardano con occhi curiosi e pieni di speranza, senza chiedere nulla e senza insistere. Abbiamo finito le telefonate e dobbiamo rientrare, li saluto e loro ricambiano allegramente sorridendo.

Rientriamo per cena. Poi seguono le nostre chiacchiere sulle reciproche esperienze in Africa e con Monari.

Usciamo a rivedere le stelle, questa volta con il binocolo la luna è a metà e luminosissima e in questo buio non disturbato da luci artificiali si possono distinguere dettagli e stelle che altrimenti difficilmente sarebbero visibili. Bellissimo

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