11 giugno 2008, mercoledì. Da Morogoro a Maguta

La notte trascorre tranquilla in questo angolo di paradiso disturbato solo dalla presenza della statale sulla quale viaggiano giorno e notte gli scassatissimi camion africani che fanno un rumore d’inferno.

Facciamo colazione assieme a padre Salvador e ai due ragazzi che alloggiano in seminario per studiare swahili nella vicina scuola di lingue luterana.

Azzardo un assaggio del formaggio africano rassicurato da Salvador sulla sua commestibilità anche per noi europei privi dei succhi gastrici africani e del fatto che secondo lui è molto migliorato anche come qualità. Onore alla buona volontà ma per mangiarlo conviene “correggerlo” con una abbondante glassatura del buon miele locale.

Ripartiamo e alle 8 siamo già per strada.

Viaggiare in Africa a bordo di una Toyota Land Cruiser seduti sulle panche posteriori non è affare da poco, soprattutto per chi come me è piuttosto sovrappeso e con la schiena rodata da anni di viaggi in moto. Non c’è scampo. Infatti se la strada è asfaltata il driver si sentirà autorizzato a lanciarso a 120 chilometri all’ora, velocità alla quale il rumore assomiglia a quello di un elicottero militare e le asperità dell’asfalto sono amplificate dalle balestre posteriori, costringendo i passeggeri che volessero conservare la salute della propria colonna vertebrale a notevoli esercizi fisici per ammortizzare le buche. Per non parlare dei rallentatori che sono piazzati ad ogni attraversamento pedonale e che sono dimensionati per rallentare i camion africani, carichi oltre ogni limite fisico, lanciati a velocità eccessive per i loro impianti frenanti, nel tentativo di salvare vite umane ed animali ma che tra la frenata prima, i sobbalzi durante e l’accelerazione dopo costringe ad altri esercizi fisici e ad una attenzione continua e concentrata per poterli affrontare in tempo.

Se invece si tratta di piste o di percorsi fuori strada, anche se ovviamente la velocità sarà molto più bassa, le buche sono molto più profonde ed i fondo nella migliore delle ipotesi in terra o ghiaia battuta, il risultato è comunque ua notevole fatica per evitare che le vertebre siano mescolate come un mazzo di carte.

In questo modo entriamo nel Mikumi National Park, dove i “rallentatori” sono disposti ogni pochi chilometri e realizzati nei modi e nelle dimensioni più vari.

Quest’anno di animali se ne vedono di meno, anche perché a giugno la vegetazione è molto alta. Per ora abbiamo visto solo un branco di giraffe (twiga) in lontananza.

Facciamo sosta al Mukumi Wildlife Camp che è circa a metà del percorso di attraversamento del parco.

Ci ristoriamo con una bibita e riprendiamo la strada verso Iringa. Usciamo dal parco aggiungendo al magro bottini di animali visti solo alcune gazzelle e gli immancabili babbuini, dopo alcuni chilometri il paesaggio inizia a cambiare e la strada ora scorre in una ampia valle dentro la quale si comincia pian piano a salire di quota. La strada si restringe e cominciano a sussegursi le prime curve.

Il traffico di camion e pullman sovraccarichi che prima venivano lanciati lungo le discese rettilinee a velocità gestibili solo dalla provvidenza, ora rallenta fino quasi a fermarsi, i sorpassi sono da brivido, e le orriere sembra che gareggino tra di loro: ogni compagnia pare gareggi per arrivare per prima alla fermata successiva.

Si entra poi nella valle dei baobab e le sporadiche macchie grigie che fino ad ora punteggiavano il verde del paesaggio si allargano fino a coprire completamente i rilievi che fiancheggiano il fiume rendendo la valle del Ruaha veramente suggestiva. Poi si comincia a ridiscendere fino al ponte alla confluenza del Ruaha con il Lukosi dove facciamo una sosta breve per sgranchirci le gambe e fare una telefonata poi proseguiamo. Il cippo con le bandiere del Giappone e della Tanzania ci indica l’inizio della ripida salita verso le highlands della regione di Iringa. Le rampe in cemento sono causa di una vera e propria ecatombe di freni e motori e conseguente slalom tra le frasche messe in carreggiata come segnaletica per indicare la presenza di un ostacolo; più sono grandi le frasche più è grave l’incidente o il veicolo in avaria. Su tutto vige comunque la cortesia degli autisti di camion e corriere i quali segnalano con gli indicatori di direzione e a colpi di clacson se è possibile o meno il sorpasso. Gli autisti dei camion rovinosamente finiti fuori strada e mezzi capovolti con il carico disperso intorno invece siedono sopra il loro rottame quasi con la stessa aria orgogliosa del cacciatore che siede sopra la preda; o forse è l’espressione stordita e soddisfatta di chi sa di essersela cavata per un pelo denza grosse conseguenze. Di queste scene nel viaggio da Dar a Iringa ne incontreremo almeno tre.

Terminate le rampe della strada giapponese si riprende la strada sull’altopiano, la qualità del manto stradale è inversamente proporzionale alla mole del traffico ma quello che preoccupa è che la velocità dei veicoli non segue la stessa proporzionalità, rimane elevata nonostante le buche, la dimensione e lo stato di usura dei veicoli. Le buche poi sono causa veri e propri balletti di quà e di là dalla linea che separa (o meglio separerebbe) i due sensi di marcia e quindi il più grosso fa di solito spostare il più piccolo e a parità di stazza ha la precedenza il primo che dà i fari. In tutto questo susseguirsi di buche, dossi, rallentatori, attraversamenti pedonali, veicoli in panne e veicoli capovolti è onnipresente la polizia vestita di bianco e dotata dell’immancabile strumento di rilevazione della velocità che assomiglia di più a un colabrodo che a un radar. I posti di blocco sono posizionati circa ogni due o tre attraversamenti pedonali (cen’è uno per ogni villaggio e per ogni incrocio con le direttrici laterali) e sono composti da tre o quattro polizziotti quasi mai dotati di veicoli di trasporto e se devono intervenire altrove sono costretti a “requisire” un passaggio fino al luogo di intervento. Ci sono poi, lungo il percorso da Dar a Iringa, almeno due posti di controllo con la bilancia per pesare camion e pullman con la solita scena di viaggiatori appiedati per sovraccarico del veicolo che cercano passaggi su altri mezzi altrettanto sovraccarichi.

Finalmente arriviamo a Iringa all’ora di pranzo e ci dirigiamo al piccolo ma accogliente ristorante musulmano dove troviamo ad aspettarci Marco e William, il capocantiere di Madege.

Incontrarli di nuovo qui in Africa è emozionante e ci scambiamo un saluto fraterno, poi ci sediamo e mangiamo bistecca con cipolle, pollo, omelette, riso, verdure e patate fritte. Quando abbiamo finito di mangiare lasciamo Gianfranco a riposarsi facendo quattro chiacchiere con Marco e William, mentre io e Mario andiamo a cercare informazioni sulla possibilità di avere un accesso internet con una PC-card mobile una volta che le compagnie telefoniche abbiano collegato alla rete i ripetitori in vista del nostro cantiere a Madege; rendendo in questo modo certamente molto più semplici e veloci le comunicazioni ma privando il luogo di una parte di fascino dovuta proprio al suo isolamento.

Otteniamo le informazioni che cerchiamo anche grazie alla gentilezza e disponibilità del proprietario di un negozio di alimentari dove Mario e gli altri amici di Reggio Emilia vengono a fare spesa, è un ragazzo sulla trentina che con la moglie gestisce un ordinatissimo chiosco dove è possibile trovare di tutto. Viene immediatamente spontaneo notare come in questi mercati convivano uno accanto all’altro caotici negozi dove tutto sembra accatastato malandato e anche piuttosto sporco e negozi ordinatissimi e pulitissimi dove tutto è esposto in bell’ordine e altrettanto si può dire dei gestori (anche se al colpo d’occhio sembra che il secondo tipo sia in minoranza). Torniamo dagli altri al ristorante e facciamo il trasbordo dei bagagli dalla macchina messa a disposizione dal vescovo alla nostra (finalmente dei sedili comodi) e diamo appuntamento a Mario che intanto va a fare il pieno di gasolio alla macchina delvescovo (che detto tra noi ci era stata data praticamente a secco), in arcivescovado dove la restituiremo nelle mani del segretario.

Giunti alla residenza vescovile chiamiamo il segretario, padre Peter Wissa che ci accoglie calorosamente. Dopo avergli esposto il programma ipotizzato con mons. Tarcisius a Dar decidiamo che possiamo guadagnare la giornata di venerdì se facessimo subito il sopralluogo sul terreno dove dovrà sorgere la Cagliero High School. In questo modo potrò restare a casa Maguta anche venerdì.

Ci trasferiamo quindi preceduti da padre Wissa all’istituto femminile Cagliero dove gli consegno ed illustro una copia del progetto; faccio un giro sul lotto scattando quante più foto possibili. Dopo esserci accomiatati da padre Peter ci mettiamo finalmente in strada per casa nostra dove arriviamo con il buio dopo avere attraversato le bellissime montagne di questa zona. Lasciamo William a casa sua ed arriviamo a casa annunciandoci con il clacson.

Ad aspettarci troviamo Giuseppe Tamagnini e Annamaria, la moglie di Marco che ci mostra le camere riordinate, imbiancate e sistemate per il nostro arrivo. Appoggiamo finalmente i nostri bagagli e ci sediamo a tavola dove Annamaria ha preparato degli ottimi bucatini ed una altrettanto buona zuppa, la cena rompe il ghiaccio e presto siamo subito tutti a parlare di Monari di Solidarietà del futuro immediato e di quello anteriore anteriore del nostro progetto; tra le altre cose consideriamo il fatto che questa casa in realtà non ha un nome e allora pensiamo che un nome giusto potrebbe essere Casa Monari.

E quindi usciamo a veder le stelle… la notte è limpida, la croce del sud è nitidissima e anche se siamo sotto un altro celo sono certo che la mamma ci segue comunque (papà e io avremmo voluto essere in questo posto incantevole assieme a te ma so che tu sei comunque qui con noi, ciao Annamaria, ciao mamma).

Una doccia calda ristoratrice e a letto.

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