10 giugno 2008, martedì. Da Dar Es Salaam a Morogoro

Sveglia ore 7, colazione e saluti del vescovo. Carichiamo i bagagli e guidati da John andiamo alla ambasciata italiana dove ci accoglie Sonia, la responsabile amministrativa dell’ufficio cooperazione di Dar con una collega.

Dopo una sommaria esposizione della attività della nostra O.N.G. Sonia ci dice che questo ufficio a Dar esiste solo dal novembre scorso e che la loro attività consiste principalmente nel censire e coordinare le attività di cooperazione italiane in Tanzania e nel monitorare le attività che hanno ricevuto finanziamenti oltre che ha fornire il supporto necessario per accedere ai finanziamenti presso il governo della Tanzania, quello italiano e presso altre organizzazioni internazionali e della Comunità Europa. Ci scambiamo i riferimenti per poter inviare loro una scheda sulla nostra attività e per essere informati sulle attività di coordinamento svolte dall’ufficio. Potrebbe essere un canale utile e certamente ci serve per uscire dall’isolamento causato dalla scelta di autonomia fatta da Solidarietà.

è necessario salvaguardare tale autonomia operativa evitando l’isolamento che comporta il rischio di essere superati dagli eventi senza rendersene conto. Rischio che non possiamo correre soprattutto ora che abbiamo le risorse economiche per portare a compimento il nostro progetto. Ma non bastano le risorse economiche, occorre anche una struttura organizzativa che sappia gestirle al meglio, anche oltre gli aspetti meramente tecnici.

Certamente è stato un incontro utile, salutiamo Sonia (croata dall’accento romanesco) e la sua collega della quale non ricordo il nome (africana dall’accento romanesco).

Usciti dall’ambasciata salutiamo Asgedom che mi propone la possibilità di incontrare l’ambasciatore italiano a Dar al mio ritorno. Ovviamente per quanto di improbabile utilità immediata credo che possa essere un altro incontro utile per la nostra attività in Tanzania. (e pensando alla proposta fattami ieri da John di una collaborazione professionale per una attività di progettazione in Tanzania con la possibilità di impostare anche una impresa di costruzioni, credo che comunque ne possa valere la pena. Vedremo, John Asgedom è una persona in continuo fermento con moltissime idee, grande esperienza tecnica ed operativa in Africa e dice molte cose…).

Partiamo percorrendo la Mandela road che i cinesi stanno ampliando in una enorme arteria a due corsie ma africanamente priva di segnaletica relativa ai lavori con il risultato che su entrambe le corsie ci cono veicoli in entrambi i sensi di marcia ma lo spirito africano aiuta ed evitare che queste situazioni sfocino in insulti e litigi come facilmente sarebbe successo in Italia.

All’incrocio in prossimità del condominio bianco a righe verdi che ci fa da riferimento imbocchiamo la Morogoro road in direzione di ovest verso Morogoro appunto, dove incontreremo Padre Salvador del Molino.

Arriviamo in vista delle montagne di Morogoro all’ora di pranzo e ci fermiamo in un accogliente ristorante sotto una enorme e suggestiva copertura in tronchi e paglia e dove mangiamo un ottimo e tenerissimo spezzatino di manzo in umido con riso e un intingolo di carote patate e banane, molto buono.

Trascorriamo un paio d’ore discutendo delle necessità organizzative di Solidarietà in Tanzania ed in Italia e di come sia necessario cominciare ad occuparsi del dopo, quel dopo che alcuni amici in Italia non vedono o non vogliono vedere e che pure è ineludibile se non vogliamo che il progetto di Monari che ormai è anche nostro, fallisca dopo poco tempo dalla sua realizzazione, rendendo di fatto vani tanti sforzi, tanti sacrifici, tanto entusiasmo, tanta passione e tanta fatica.

Alle tre del pomeriggio circa entriamo all’Alamanno Seminary dei padri della Consolata di Morogoro dove incontriamo Padre Salvador.

Padre Salvador del Molino è uno di quei religiosi che essendo missionari nel senso più radicale del termine sono piuttosto critici rispetto alla dottrina ufficiale delle chiesa intesa come establishment. Per rendere la personalità può essere utile citare che parlando della teologia della liberazione il suo commento è stato osservare che ci vorrebbero molti più preti “rivoluzionari” disposti a mettere in discussione la dottrina ufficiale. Come per esempio relativamente alla dottrina sessuale in relazione alla lotta contro l’AIDS ma qui il discorso si allarga e si complica e dovrebbe essere opportunamente approfondito per non scadere nel luogo comune.

Ci accoglie calorosamente, il seminario e vuoto adesso, le lezioni sono finite a maggio, ci sono solo gli inservienti e due ragazzi africani che stanno studiando swahili. Anche padre Panero è in Italia (lo abbiamo incontrato alla casa dei padri della Consolata di Gambettola).

Veniamo invitati nella saletta da pranzo per un caffè che ci prepara padre Salvador in persona (rimpiangendo le donne che glielo preparano di solito).

Ci sediamo a tavola e cominciando dal racconto della nostra partecipazione alla celebrazione del giubileo della T.E.C. passiamo poi parlare del discorso tenuto dal primo ministro (quello che era seduto due file davanti a noi con le guardie del corpo) il cui tema, come ho letto il giorno dopo durante il volo a Mwanza, era la corruzione; di qui fatalmente passiamo a parlare dei problemi che assillano l’Africa e delle difficoltà di avviare attività di sviluppo che si possano realmente autosostenere e che non necessitino per mantenersi in vita di continui fondi e sostegni provenienti sempre e comunque dall’Europa o dai paesi sviluppati in mancanza dei quali inevitabilmente finiscono. Quindi Gianfranco espone animatamente le sue ansie per il futuro del nostro progetto che padre Salvador ci ricorda chiamarsi “Pane, Acqua, Salute, Istruzione e Lavoro”. Salvador ci illustra con forza quali sono, secondo lui, i due punti base da non eludere per la riuscita del progetto che, ci dice, è bene non illudersi possa si concludere positivamente con la mera (!?) realizzazione dell’impianto iroelettrico. I due punti sono: 1) mantenere il controllo sulla gestione del progetto in capo a Solidarietà; 2) privatizzare quanto più possibile la fase applicativa evitando di affidarla in tutto o in parte ad entità amministrative e governative.

Quindi ipotizza la possibilità di dare la proprietà dell’impianto alla diocesi e di mantenere il progetto nelle mani di Solidarietà per lasciare la gestione di quante più attività possibile alle persone che se ne prendano la responsabilità. Ci porta l’esempio dei mulini, che una volta collegati alla rete potranno finalmente funzionare con motori elettrici anziché diesel e che per evitare che cadano in disuso o che vengano utilizzati male sarà opportuno dare in gestione a privati, lasciando che chiunque voglia e possa aprirne uno o convertire un munlino elettrico, evitando che invece diventi monopolio di pochi amministratori pubblici corrotti. La gestione tecnica ed amministrativa del progetto dovrà essere invece, secondo l’idea di padre Salvador (che qui è bene ricordare, fu uno degli ispiratori del prof. Monari nell’intraprendere questo progetto) affidata da Solidarietà a personale di SUA fiducia adegatamente preparato e responsabilizzato. Inoltre TUTTE le utenze cui verrà allacciata gratuitamente l’energia elettrica, dovranno avere il contatore e pagare una quota pur simbolica per l’energia consumata.

A questo punto si pongono evidentemente in maniera sempre più consistente due problemi operativi: 1) la necessità per Solidarietà di diventare soggetto di diritto in Tanzania e conseguentemente, 2) dotarsi di una struttura organizzativa efficiente sia in Italia che in Tanzania.

Tante sono le cose da fare e da organizzare e paradossalmente proprio nel momento in cui abbiamo risorse per arrivare in fondo corriamo il più grosso rischio di fallimento ma è anche per questo maggiore la determinazione nel proseguire lungo la strada tracciata da Monari con la consapevolezza che se prima Solidarietà, ed in particolare il progetto idroelettrico integrato, camminavano con le gambe di Monari, in futuro dovranno riuscire a camminare con le proprie gambe.

Tutte queste considerazioni ci hanno fatto trascorrere il pomeriggio ed è ormai ora di andare a rinfrescarsi e riposarsi un poco dopo le ore trascorse in Toyota (decisamente meno confortevole della nostra nonostante quella della Cagliero Secondary School messa a disposizione dal Vescovo di Iringa sia probabilmente più nuova e certamente meno scassata della nostra)

Alle sette ci ritroviamo per andare a cena in centro a Morogoro nello stesso caratteristico ristorante dell’anno scorso per gustare un “Mambo Iote” nome esotico (swahili) che significa “tutti i gusti”, bocconcini di carne di manzo e di pollo assieme a peperoni, cipolle e carote servito su una piastra rovente con il contorno di riso, patate fritte e salse rosse dalla dolce elle extra hot!

Concludiamo con un brindisi augurale al nostro progetto con vino sudafricano e rientriamo senza perdermi, con la coda dell’occhio, la vista di una discreta pantegana nera che correva lungo il bordo (esterno) della cucina! E anche questa è Africa! (ma poi i topi ci sono in tutto il mondo no?).

Rientriamo in seminario e andiamo a dormire lasciando padre Salvador a guardarsi la partita Spagna Russia.

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